Una decina di giorni fa, al congresso dell’AIDLaSS (Associazione Italiana di Diritto del Lavoro e della Sicurezza Sociale), Armando Tursi – noto giuslavorista – ha presentato la propria relazione sul tema del welfare.

C’è un punto, in particolare, che mi ha colpito per la lucidità e la “visione sistemica“, vale a dire quello che tratta l’annosa questione del reddito assoggettabile a contribuzione previdenziale.

Rispetto alla situazione attuale, che identifica il “minimale contributivo” con la retribuzione complessiva, e considerando che il sistema previdenziale è passato dal “modello retributivo” a quello “contributivo”, l’avv. Tarsi suggerisce la necessità di riformare il sistema limitando il “minimale contributivo” al “minimo tabellare” previsto dal singolo Contratto Nazionale.

il recupero della retribuzione rilevante ai fini previdenziali, alla
dimensione collettivo-sindacale, comporterebbe anche una drastica semplificazione dei problemi esegetici e applicativi della norma sul cd. “
minimale contributivo

I vantaggi? Sono molteplici:
– il costo del lavoro sarebbe ridotto (contributi obbligatori inferiori)
– retribuzione netta più elevata (in conseguenza del punto precedente)
– semplificazione del sistema
– maggiore equità del sistema (i lavoratori con contratto minimo sono proporzionalmente penalizzati rispetto a coloro ai quali è applicato un “contratto leader“)
– rispetto dell’art. 36 della Costituzione, dove si stabilisce che la pensione deve essere “sufficiente ad assicurare una esistenza libera e dignitosa” e dell’art. 38 (la pensione deve fornire “mezzi adeguati alle esigenze di vita”, non più garantire il tenore di vita raggiunto nella vita professionale)

A mio avviso, una simile riforma (che va aldilà di qualsiasi colore politico) andrebbe a liberare risorse economiche importanti – aumentando la competitività delle imprese – e incentiverebbe correttamente la previdenza complementare trasformandola in un “asset” per tutti i nostri giovani.